Qualche Parola in Rosa

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Una folla oceanica che manifesta — anche, intendiamoci, per cose giustissime — non è necessariamente indice di azione comune, coerente e coordinata. Anzi, forse il contrario: in gruppi troppo grandi non ci si può parlare, non si hanno rapporti diretti.

Queste sono le mie impressioni sulle marce “anti-trumpiane” che hanno in queste ultime ore animato le strade statunitensi, e non solo. Non si tratta di una critica ideologica. Anzi, il contrario. Non potrei essere più contrario alle politiche rappresentate dal nuovo presidente degli States. Ma non si tratta di questo. Si tratta, nel mio caso, di riconoscere (anche se in parte) in tali movimenti le stesse dinamiche che riconoscevo in fenomeni come quello delle FEMEN.

Autocitazione sulla Creatività

La creatività riguarda essenzialmente la capacità di prendersi sul serio, cioè la capacità di elaborare contenuti lungo una direttrice che rappresenti il giusto mezzo tra due estremi: da un lato il difetto, dall’altro l’eccesso di autostima. Chi si crede un deficiente, non crea nulla. Chi si crede un genio, si rende ridicolo.

Filippo Albertin

Credo di aver detto una cosa molto esatta. Soprattutto, molto operativa, utilizzabile, traducibile in azione concreta.

Essere un Blogger

Essere un blogger: una parola. Un blogger è uno che parla; fondamentalmente questo, uno che parla, che si esprime, che delucida tramite esempi. Io sono un musicista. Faccio progetti in ambito musicale, e più in generale creativo. Ma qui vorrei essere qualcosa di leggermente diverso. Un blogger, appunto. Uno che parla, uno che dice, uno che — soprattutto — esplora e condivide.

Vorrei aumentare le foto. Sì, le foto di cose che faccio. Foto scattate da vicino. Foto delle mie cose, delle mie poesie annotate su quaderni, dei miei spostamenti sul territorio veneto, dove vivo e lavoro.

Use Your Hands (Mai Manifesto Creativo Fu Più Sintetico ed Esatto)

Oggi la creatività è implicitamente ostacolata dalla ritmica del tempo. Abbiamo bisogno di nuovi spazi, di nuovi vuoti che però, di contro, ci vengono altrettanto implicitamente negati. Ergo, la nuova creatività si sviluppa in isole estemporanee, fatte di locali dotati di connessione internet e cornici da una quindicina di pollici che sono i nostri laptop portatili. Nuovi vuoti… Ma non solo: abbiamo infatti bisogno di un recupero della manualità analogica, della carta e dell’inchiostro; direbbe Austin Kleon, del metterci le mani.

Personalmente giro sempre con un mini notes, per catturare idee in modo diretto e immediato. Sono pure io, per forza di cose, dipendente dal mio smartphone, ma no, non scriverò mai una poesia utilizzando la microscopica tastiera del medesimo.

La Chiamo Sindrome da Iper-Connessione

Se dovessi descrivere in modo sintetico la sensazione che ho del nostro presente “super-tecnologico” (per definizione) non potrei fare a meno di citare questa espressione: sindrome da iper-connessione. Come descriverla? Semplice: la continua sensazione di valere di meno, o di perdersi qualcosa, nell’intervallo in cui si è disconnessi dal web.

Non dico che questa sensazione ci accompagni continuamente. Per esempio, non credo che riguardi le ore notturne (anche se non sono esattamente certo di quanto questo possa valere per tutti). Ma certamente è una sensazione che riguarda la nostra giornata, e che si esprime chiaramente nella percepita “necessità di rete” ormai ampiamente rappresentata da applicazioni quali WhatsApp e Instagram.

La domanda vera, la domanda utile, è però un’altra: questa necessità è una percezione inattendibile o una realtà oggettiva? La questione è piuttosto spinosa. Ogni giorno, è vero, riceviamo decine e decine di inviti, risposte, like e simili che si rivelano piuttosto inutili. Ma in mezzo a questa accozzaglia di dettagli oziosi siamo certi che non si arrivi mai a distillare qualcosa di anche molto, molto utile? Non penso. Questa certezza non c’è, per il semplice fatto che oggi l’era dell’informazione è diventata era dell’iper-informazione, dello spam, del numero esorbitante che diviene metodo di azione da parte della collettività che ci circonda. Un messaggio singolo può rivelarsi utilissimo, e siccome il messaggio di cui parliamo è quasi sempre mediato dalla rete, il gioco è fatto: dobbiamo restare sempre connessi. Non solo: dobbiamo restare sempre più connessi, connessi con forza crescente, dunque, si direbbe, iper-connessi. Non può sfuggirci nulla, e quindi dobbiamo connetterci il più possibile a un nostro concetto di tutto attuale e potenziale.

Morale della favola: bramiamo a una connessione sempre più fitta e capillare. Una connessione che però non è connessione col nostro territorio, ma con una versione “etichettata” di concetti che il territorio globale rappresenta. Eppure noi continuiamo ad essere nel territorio. Non ci siamo trasformati in bit vaganti lungo autostrade informatiche. No, siamo ancora membri della specie sapiens sapiens, che camminano ben piantati su di una superficie governata dalla forza di gravità.

Questo significa che dovremmo disconnetterci? No, penso di no. Questo significa che dobbiamo capire quanto la rete sia solo un mezzo, uno strumento, un tessuto connettivo in grado di mediare altre forme di connessione, che però sono quelle classiche, oggettive, non virtuali.

Pensiamoci…